La felicità

di | Agosto 9, 2020

Detto questo, anche questo tipo di felicità è un prodotto del pensiero positivo e dell’azione positiva, con la fortuna che dà una mano. In breve, è un prodotto della volontà in circostanze relativamente favorevoli. Ma non è strano insinuare che la felicità possa essere di un tipo o dell’altro? Non ci sono semplicemente felicità e infelicità? Penso di no. Il tipo di felicità di cui parla il saggio è compatibile con la sfortuna. È soprattutto un fare dall’interno – mentre all’esterno, l’unico prerequisito è che il saggio sia vivo e capace di pensare. È un sentimento di serenità, di essere in pace con la sua situazione e la sua coscienza, come un servo ben adattato e pienamente impegnato della vita, dell’umanità, di Dio come lui li vede.

Per quanto cosciente della soggettività – cioè dei limiti individuali e quindi dell’imperfezione – del suo punto di vista, lo vive con la massima fedeltà, se anche con la volontà di rivalutarlo criticamente quando si accorge di un passo falso. La sua saggezza è per sempre un lavoro in corso; è sempre intriso di una qualche forma di sciocchezza, che lo lascia aperto al ridicolo. L’umiltà e la compassione, oltre all’umorismo, sono quindi qualità che coltiva. Si prende gioco e si perdona, e soprattutto si sforza di migliorare. Non mostra compiacenza, ma un’accettazione della sua umanità che è intento a portare al più alto grado possibile di verità e nobiltà. E questa delicata miscela di rassegnazione e sola lotta – in qualsiasi situazione, favorevole o meno – è davvero il segreto della sua felicità, che è certamente un modo secco di gioia che riempie la mente piuttosto che il cuore.

Ne consegue che questa felicità lascia qualcosa a desiderare: felicità nel senso più pieno della parola (uno stato di appagamento, quando tutto va a modo nostro, in termini di risultati oltre che di sforzi), che è una gioia, sempre così dolce , che riempie sia la mente che il cuore. Quando il saggio sperimenta questa felicità suprema, giustamente si sente benedetto e sa quanto sia precaria. Inoltre, accetta questa precarietà, o il fatto che la sofferenza e alla fine la morte incombono. Solo le battaglie sono vinte nella guerra della vita che inevitabilmente, nonostante ogni valoroso sforzo per prevalere, finirà con una sconfitta.

Alcuni diranno che la felicità nel suo senso cosiddetto più pieno lascia qualcosa di più a desiderare: il potere di rendere infinita questa felicità: incommensurabilmente grande e illimitata nella durata. Tra questi, alcuni sceglieranno la via della fede, che presumibilmente conduce a un aldilà celeste, mentre alcuni sceglieranno la via della ragione, che non ammette alcuna convinzione rosea basata su un pio desiderio e una fiducia sfrenata. Questo percorso non porta da nessuna parte per quanto riguarda l’aldilà, o piuttosto da qualche parte che è sconosciuta – presumibilmente così diversa da ciò che è noto che supera totalmente la nostra capacità di concepire la sua natura.

Annoverò tra questi fautori della ragione, questi infedeli, per i quali l’unica fonte di significato non è una meta paradisiaca, la cui esistenza non è supportata da prove credibili, ma il viaggio stesso, un viaggio aspro e in salita per essere sicuri, con abbondanza di colpi di scena, alcuni propizi, altri no. Questo viaggio vale la pena, secondo me. È così indipendentemente dalla destinazione sopra menzionata, che le persone sono libere di perseguire ciecamente o di guardare con scetticismo (e con distacco per giunta, nel migliore dei casi). Riguarda la dignità di vivere e di amare e il piacere di riuscire in questi compiti difficili. Da questa prospettiva, lo scopo della vita non è altro che la vita stessa, in collaborazione con i nostri simili; e la felicità è resa possibile – entro certi limiti – dal nostro impegno per raggiungere questo degno, sebbene umile scopo.

I limiti imposti alla felicità mondana possono inizialmente rimanere nel nostro gozzo, ma dopo la dovuta considerazione, quando ci rendiamo conto che la vita senza questi limiti sarebbe la morte, li accettiamo e, meglio ancora, li accogliamo. La vita è per definizione uno stato dinamico che presuppone una tensione perpetua tra i desideri e la loro soddisfazione. Rendi assoluta questa soddisfazione, risolvi questa tensione e di conseguenza riduci a nulla la vita; cioè qualcosa di inerte come una pietra. E questo niente – questo qualcosa di inerte – è la morte, come ho appena sottolineato. Non una prospettiva brillante agli occhi di un amante della vita!